AMORE PER LA MUSICA

Una magia che si rinnova ogni giorno, ad ogni ora, e in ogni momento!
La musica non ha confini, non ha limiti, non muore mai! Sembra fatta da milioni di note eppure...
Sono solo sette, che saltellano di qua e di là, e si insinuano nei nostri pensieri.
La musica riesce a sfiorare la nostra anima a riaccendere i nostri ricordi ad esaltare le nostre emozioni.
E il mondo forse non potrebbe esistere senza!
(Stonenge, 09062009)

INFORMAZIONI PERSONALI

Certaldo, Firenze, Italy
Diretta dal Maestro Damiano Santini, la Corale Certaldese, attualmente è composta da circa trenta cantori ed è iscritta alla Associazione Cori della Toscana. Il repertorio della corale è vario; spazia dalla polifonia sacra e profana, ai canti popolari, agli spirituali, ai cori lirici. Ha partecipato a varie manifestazioni culturali ed ha tenuto numerosi concerti nelle vicine cittadine toscane ed in altre regioni italiane. Oltre a scambi culturali con altre corali italiane ed estere.
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sabato 11 febbraio 2012

LIBRETO

 
L'Elisir d'Amore 
E' un'opera in due atti di Gaetano Donizetti su libretto di Felice Romani.
Definita in partitura.

Lingua originale: Italiano
Genere: Melodramma giocoso
Musica: Gaetano Donizetti
Libreto: Felice Romani
Atti: Due
Epoca di composizione: Primavera 1832
Prima Rappresentazione: 12 maggio 1832
Teatro: Teatro della Cannobiana, Milano

PERSONAGGI:
ADINA, ricca e capricciosa fittaiuola (soprano)
NEMORINO, coltivatore, giovane semplice, innamorato di Adina (tenore)
BELCORE, sergente di guarnigione nel villaggio (baritono)
IL DOTTORE DULCAMARA, medico ambulante (basso buffo)
GIANNETTA, villanella (soprano)
CORI E COMPARSE: villani e villanelle, soldati e suonatori del reggimento, un notaio, due servitori, un moro

L'ELISIR D'AMORE


L'ELISIR D'AMORE è un'opera in due atti di Gaetano Donizetti su libretto di Felice Romani.

Definita in partitura «melodramma giocoso», rientra a pieno titolo nella tradizione dell'opera comica, anche se in essa trova ampio spazio l'elemento patetico, che raggiunge la sua punta più alta nel brano più noto: la romanza cantata dal protagonista Nemorino, Una furtiva lagrima, brano entrato - come del resto l'intera opera - nel cosiddetto repertorio (e non a caso è stato incluso - nella versione storica cantata da Enrico Caruso - quale leitmotiv della colonna sonora del film di Woody Allen, Match Point).L'opera andò in scena per la prima volta il 12 maggio del 1832 al Teatro della Cannobiana di Milano, che l'aveva commissionata in sostituzione di un'opera che non era stata preparata in tempo da un altro autore. Romani aveva derivato il libretto da un testo scritto l'anno prima da Eugène Scribe per il compositore Daniel Auber, Le Philtre (Il filtro).
Alla prima cantarono Sabina Heinefetter (nel ruolo di Adina), Giuseppe Frezzolini (Dulcamara), Henry Bernard Debadie (Belcore), Giovan Battista Genero (Nemorino).Donizetti ebbe a disposizione solo quattordici giorni di tempo per consegnare il suo lavoro, sette dei quali servirono a Romani per adattare il testo di Scribe. Nonostante la gravosissima pressione riuscì tuttavia a confezionare quello che sarebbe stato - insieme al Don Pasquale e alla triade rossiniana formata da L'Italiana in Algeri, Il barbiere di Siviglia e La Cenerentola - uno degli esempi più alti dell'opera comica ottocentesca.
Fin dal suo apparire, l'Elisir ebbe un grande successo con trentadue repliche consecutive. A farlo immediatamente amare dagli appassionati della lirica è in particolare la tipica melodia donizettiana che anche in questo caso accompagna motivi piacevoli che bene mettono in risalto la vena buffa del compositore bergamasco, capace di trasformare con agile inventiva la risata in sorriso, sia pure talvolta velato di malinconia (e la già citata aria della furtiva lagrima ne è una limpida testimonianza).

SINOSSI
L'azione ha luogo in un villaggio dei paesi baschi alla fine del XVIII secolo.
 ATTO I
Mentre i mietitori stanno riposando all'ombra, la loro fittavola Adina legge in disparte un libro che narra la storia di Tristano e Isotta. Intanto, il contadino povero Nemorino la osserva ed esprime per lei tutto il suo amore e la sua ammirazione, dolendosi della propria incapacità di
conquistarla (Quanto è bella, quanto è cara). I contadini chiedono ad Adina di leggere ad alta voce e lei riferisce la storia di Tristano che, innamorato della regina Isotta, ricorre a un filtro magico che lo aiuta ad attirare il suo affetto e la sua fedeltà (Della crudele Isotta).
Mentre Nemorino sogna di trovare questo magico elisir, arriva al paese il sergente Belcore con lo scopo di arruolare nuove leve. Egli corteggia Adina e le propone di sposarlo (Come Paride vezzoso), ma la bella fittaiuola risponde di volerci pensare un po'. Segue un duetto tra Adina e
Nemorino in cui la donna espone la sua teoria sull'amore: l'amore fedele e costante non fa per lei (Chiedi all'aura lusinghiera). Arriva poi il dottor Dulcamara, un truffatore, che, spacciandosi per medico di grande fama, sfoggia alla gente i propri portentosi preparati (Udite, udite,
o rustici): Nemorino gli chiede se per caso abbia l'elisir che fa innamorare e il ciarlatano gli offre per uno zecchino una bottiglia di vino Bordeaux, spiegando che l'effetto si farà sentire dopo un giorno (quando egli sarà già lontano da quel villaggio). Nemorino beve l'elisir e si ubriaca: ciò lo fa diventare disinvolto quel tanto che basta per mostrarsi indifferente nei confronti di Adina, che subito prova un certo fastidio, abituata com'è a sentirsi desiderata. Adina, per vendicarsi dell'indifferenza di Nemorino, accetta di sposare il sergente Belcore, che però dovrà partire il giorno dopo, dunque le nozze saranno celebrate il giorno stesso. Nemorino cerca di convincere Adina ad attendere fino al giorno successivo (lui sa che solo il giorno dopo avrà effetto l'elisir), ma Adina se ne va con Belcore.


ATTO II
Una furtiva lagrima

Fervono i preparativi per le nozze. Dulcamara e Adina improvvisano una barcarola a due voci (Io son ricco e tu sei bella). Quando giunge il notaio,Adina dice di voler aspettare la sera, perché vuole sposarsi in presenza di Nemorino, per punirlo della sua indifferenza. Nemorino vuole comperare un'altra bottiglia di elisir ma non avendo più denaro si arruola tra i soldati di Belcore per avere la paga. Belcore così ottiene di allontanare il suo rivale.Giannetta sparge la notizia che Nemorino ha ottenuto una grande eredità da uno zio (Saria possibile?). Questo non lo sanno né l'interessato, né Adina, né Dulcamara: la novità fa sì che le ragazze del paese corteggino Nemorino e questi pensa sia l'effetto dell'elisir.
Dulcamara resta perplesso, Adina si ingelosisce.Dulcamara le racconta di aver venduto a Nemorino l'elisir e lei capisce di essere da lui amata.
Nemorino gioisce quando si accorge di una lacrima negli occhi di Adina, che gli rivela che anche la ragazza lo ama (Una furtiva lagrima).
Adina riacquista il contratto di arruolamento di Nemorino e glielo consegna, invitandolo a restare nel paese. Nemorino è deluso, vorrebbe una dichiarazione d'amore che non arriva e allora dichiara di volersene andare: solo allora Adina cede e dichiara di amarlo (Il mio rigor dimentica).
Belcore conclude che in un altro paese troverà qualche altra ragazza da corteggiare, Dulcamara se ne va trionfante per il successo del suo elisir (Ei corregge ogni difetto).

LA TRAVIATA, Atto III

BACCANALE

 "Ah della Traviata sorridi al desio a lei deh perdona, tu accoglia, o Dio!"
(Violetta, atto III scena IV)


Questo anno, per il Concerto Lirico, eseguiremo Giuseppe Verdi, però ora, il terzo atto - Baccanale.
Per quanto riguarda, leggiamo un po del terzo atto di questa opera in tre atti tratto dalla pièce teatrale di Alexandre Dumas (figlio) "La Signora delle Camelie", considerata l'opera più significativa e romantica di Verdi facendo parte della "trilogia popolare" assieme a Il trovatore e a Rigoletto.

TRAMA
Alla festa a casa di Flora Bervoix si vocifera della separazione di Violetta e Alfredo. Durante i festeggiamenti per il carnevale, Alfredo arriva per cercare Violetta, e successivamente Violetta arriva accompagnata dal barone.
Alfredo, giocando, insulta in modo indiretto Violetta, scatenando l'ira del barone, che lo sfida ad una partita di carte. Il barone perde ed Alfredo incassa una grande somma. Violetta chiede un colloquio con Alfredo, durante il quale lo supplica di andare via e,
mentendogli, dice di essere innamorata del Barone.
Alfredo, sdegnato, chiama tutti gli invitati (Or testimon vi chiamo che qui pagata io l'ho),
e getta una borsa di denaro ai piedi di Violetta, che sviene in braccio a Flora. Tutti inveiscono contro Alfredo, e arriva il padre che lo rimprovera del fatto. Il barone decide di sfidare a duello Alfredo.

giovedì 13 maggio 2010

CAVALLERIA RUSTICANA - Manifesto

LIBRETO
wikipedia
Genere: opera lirica
Musica: Pietro Mascagni
Libretto: Giovanni Targioni-Tozzetti
Fonti letterarie: dal dramma omonimo di Giovanni Verga
Atti: uno
Prima rappresentazione: 17 maggio 1890
Teatro: Teatro Costanzi, Roma

PERSONAGGI
Santuzza, giovane contadina (soprano)
Turiddu, giovane contadino (tenore)
Lucia, sua madre (contralto)
Alfio, carrettiere (baritono)
Lola, sua moglie (mezzosoprano)

BRANI CELEBRI
O Lola, c'hai di latti la cammisa, canzone siciliana di Turiddu
Il cavallo scalpita, Alfio
Voi lo sapete, o mamma, aria di Santuzza
Tu qui, Santuzza, duetto di Santuzza e Turiddu
Intermezzo sinfonico (tra la prima e la seconda scena)
Viva il vino spumeggiante, brindisi di Turiddu
Mamma, quel vino è generoso, "addio alla madre" di Turiddu

CURIOSITA
Il pezzo principale dell'opera fa da sfondo ad una delle più celebri scene della storia del cinema, ne Il padrino - Parte III.
La musica è stata usata in una nota pubblicità dei Ferrero Rocher.
Il tema centrale è stato rielaborato per una canzone dance dal titolo Will be one dei Datura.
L'Intermezzo è stato utilizzato da Martin Scorsese nei titoli di testa del suo film Toro scatenato.
Mascagni compose Cavalleria rusticana all'età di ventisette anni, la musica è stata ripresa da Vasco Rossi nell'Intro dei live 2007.
L'Intermezzo è stato utilizzato anche in una scena dell'episodio 31 dell'anime Kenshin Samurai vagabondo.

CAVALLERIA RUSTICANA

E’ un'opera in un unico atto di Pietro Mascagni, compose all'età di ventisette anni e andata in scena per la prima volta il 17 maggio 1890 al Teatro Costanzi di Roma, su libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci, tratto dalla novella omonima di Giovanni Verga.
Spesso si pensa a questa come un'opera verista, ma non tragga in inganno il periodo, perché non lo è.
Viene spesso rappresentata a teatro, o incisa su disco, insieme a un'altra opera breve, Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Iniziatore di questo singolare abbinamento fu lo stesso Pietro Mascagni, che nel 1926, al Teatro alla Scala di Milano, diresse, nella stessa soirée, entrambe le opere. In passato la Cavalleria rusticana veniva talvolta eseguita insieme a Zanetto, opera dello stesso compositore.

BREVE STORIA
Cavalleria rusticana fu la prima opera composta da Mascagni ed è certamente la più nota fra le 16 composte dal compositore livornese (oltre a Cavalleria rusticana, solo Iris e L'amico Fritz sono rimaste nel repertorio stabile dei principali enti lirici).
Il suo successo fu enorme già dalla prima volta in cui venne rappresentata al Teatro Costanzi di Roma, il 17 maggio 1890, e tale è rimasto fino a oggi. Basti pensare che ai tempi della morte di Mascagni, avvenuta nel 1945, l'opera era già stata rappresentata più di quattordicimila volte solo in Italia.
Nel 1888 l'editore milanese Edoardo Sonzogno annunciò un concorso aperto a tutti i giovani compositori italiani che non avevano ancora fatto rappresentare una loro opera. I partecipanti dovevano scrivere un'opera in un unico atto, e le 3 migliori produzioni (selezionate da una giuria di 5 importanti musicisti e critici italiani) sarebbero state rappresentate a Roma a spese dello stesso Sonzogno.
Mascagni venne a conoscenza di questo concorso solo due mesi prima della chiusura delle iscrizioni e chiese al suo amico Giovanni Targioni-Tozzetti, poeta e professore di letteratura all'Accademia Navale di Livorno, di scrivere un libretto. Targioni-Tozzetti scelse
Cavalleria rusticana, una novella popolare di Giovanni Verga come base per l'opera.
Lui e il suo collega Guido Menasci, lavoravano per corrispondenza con Mascagni, mandandogli i versi su delle cartoline. L'opera fu completata l'ultimo giorno valido per l'iscrizione al concorso. In tutto, furono esaminate 73 opere e il 5 marzo 1890 la giuria selezionò le 3 opere da rappresentare a Roma: Labilia di Nicola Spinelli, Rudello di Vincenzo Ferroni, e Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni.

La prima rappresentazione di Cavalleria rusticana fu, come già accennato, un successo inaudito, con Mascagni che venne richiamato sul palco dagli applausi del pubblico per 4 volte, e vinse il Primo Premio del concorso. In quello stesso anno, in seguito al tutto esaurito delle repliche al Teatro Costanzi, l'opera fu rappresentata in tutta Italia, oltre che a Berlino e a Londra (allo Shaftesbury Theatre nell'ottobre 1891 e al Royal Opera House nel maggio 1892).



La scena si svolge in un paese siciliano (ispirato a Vizzini) durante il giorno di Pasqua. Ancora a sipario calato, si sente Turiddu, il tenore, cantare una serenata a Lola, sua promessa sposa che durante il servizio militare di Turiddu ha però sposato Alfio.
La scena si riempie di paesani e paesane in festa, giunge anche Santa, detta Santuzza, attuale fidanzata di Turiddu, che non si sente di entrare in chiesa sentendosi in grave peccato.
Entra allora in casa di mamma Lucia, madre di Turiddu, chiedendole notizie del figlio.


Lucia dice a Santuzza che Turiddu è andato a Francofonte a comprare il vino, ma Santa sostiene di aver visto Turiddu che si aggirava sotto la casa di Lola.
La stessa notizia arriva anche ad Alfio, che ignaro di tutto va a trovare Lucia. A questo punto Santuzza svela a Lucia la relazione tra Turiddu e Lola.
Egli ormai l'ha disonorata per ripicca contro Lola, alla quale prima di andare soldato aveva giurato fedeltà eterna, e che ora continua a frequentare sebbene sia sposata. Giunge dunque Turiddu che discute animatamente con Santa; interviene anche Lola che sta per recarsi in chiesa, e le due donne si scambiano battute ironiche.
Turiddu segue Lola, che è sola perché il marito lavora. Santuzza augura a Turiddu la malapasqua e, vedendo arrivare Alfio, gli denuncia la tresca amorosa della moglie. Dopo la messa, Turiddu offre vino a tutti i paesani.
Alfio entra nella piccola bottega e getta il bicchiere di vino in faccia a Turiddu il quale gli morde l'orecchio sfidandolo a duello.
Turiddu corre a salutare la madre e ubriaco, le dice addio e le affida Santuzza.


Subito dopo si sente un vociare di donne e popolani. Un urlo sovrasta gli altri: "Hanno ammazzato compare Turiddu!".
(wikipedia l'inciclopedia libera)

sabato 8 maggio 2010

LA TRAVIATA - Manifesto Originale

LIBRETO

« Ah della traviata sorridi al desìo a lei deh perdona, tu accoglila, o Dio »
( Violetta, atto III scena IV)
MANIFESTO ORIGINALE DELLA PRIMA ASSOLUTA
Lingua originale: italiano
Musica:Giuseppe Verdi
Libretto: Francesco Maria Piave
Fonti letterarie: Alexandre Dumas (figlio), La dame aux camélias
Atti: tre (quattro quadri)
Prima rappresentazione: 6 marzo 1853
Teatro: Teatro La Fenice, Venezia
Prima rappresentazione italiana: Teatro La Fenice, Venezia
Ambientazione: Parigi e sue vicinanze, 1850 circa.

PERSONAGGI
Violetta Valéry  (soprano)
Flora Bervoix   sua amica (mezzosoprano)
Annina   serva di Violetta, (soprano)
Alfredo Germont   (tenore)
Giorgio Germont   suo padre (baritono)
Gastone   Visconte di Létorières (tenore)
Il barone Douphol   (baritono)
Il marchese d’Obigny  (basso)
Il dottor Grenvil   (basso)
Giuseppe   servo di Violetta (tenore)
Un domestico di Flora  (basso)
Un commissionario   (basso)
Servi e signori amici di Violetta e Flora, Piccadori e mattadori, zingare, servi di Violetta e Flora, mascherere.
Il Libreto    http://opera.stanford.edu/iu/libretti/traviata.html

LA TRAVIATA

La traviata è un'opera in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dalla pièce teatrale di Alexandre Dumas (figlio) La signora delle camelie; viene considerata l'opera più significativa e romantica di Verdi e fa parte della "trilogia popolare" assieme a Il trovatore e a Rigoletto.
La prima rappresentazione avvenne al Teatro La Fenice di Venezia il 6 marzo 1853 ma, a causa soprattutto d’interpreti non all’altezza e della scabrosità dell'argomento, si rivelò un sonoro fiasco; ripresa l’anno successivo con l’interpretazione di un cast più valido e retrodatando l'azione di due secoli, riscosse finalmente il meritato successo.
Nel tempo La traviata non ha mai smesso d’appassionare, entrando a far parte del cosiddetto "repertorio". Il ruolo principale, quello di Violetta, richiedendo una voce da soprano di coloratura, specie nell'atto primo, e lirica e drammatica in modo da restituire appieno la tinta verdiana, ha avuto interpreti di altissimo livello.
Fra i passaggi più popolari dell'opera sono da segnalare l'invocazione di Violetta "Amami, Alfredo", il famoso brindisi "Libiamo ne' lieti calici", la cabaletta "Sempre libera degg'io", il concertato finale del secondo atto, l'aria "Addio, del passato" e il duetto "Parigi, o cara".

Trama
Violetta Valery è una grande frequentatrice dei salotti parigini,molto conosciuta dagli uomini altolocati della città per la dubbia moralità.
Fra i tanti frequentatori incontra anche Alfredo Germont,convinto da alcuni amici a prendere parte ad una di queste uscite.
I due giovani si innamorano e decidono di trasfrerirsi in una casetta fuori città,nonostante essa fosse malata di tisi e quindi condannata a morte prematura.
Un giorno però Violetta riceve la visita del padre dell'amato che le chiede di lasciare il figlio,in quanto la sorella sta per sposarsi con un uomo del luogo e il matrimonio sarebbe certo andato in fumo se il futuro cognato fosse venuto a conoscenza di questa relazione.Così Violetta si decide a scappare da casa mentre l'amato si trova a Parigi per sistemare i loro problemi economici.
Quando egli torna a casa,trova solo un biglietto d'addio. Si reca quindi a Parigi in cerca di spiegazioni e la scopre in compagnia di un altro uomo. I due lottano mentre Violetta,spossata dagli ultimi avvenimenti,viene colta da un attacco di tisi e costretta a tornare nella sua vecchia casa.
Al momento del ritorno a casa di Alfredo,ella gli rivela la richiesta del padre di abbandonarlo,dopo di chè spira nel suo letto.

Atto I
Dopo un profondo e toccante preludio, il sipario si apre mostrando un elegante salone della casa parigina di Violetta Valery, dove lei, donna di mondo, attende gli invitati. In breve questi sopraggiungono.
Violetta saluta tra gli altri, il Marchese d'Obigny, Flora Bervoix e il visconte Gastone de Letorières, che le presenta Alfredo Germont, spiegandole che è un suo grande ammiratore e che durante la sua recente malattia si era recato spesso nella sua casa per ricevere notizie.
Dopo aver chiesto spiegazioni per il comportamento ammirevole di Alfredo, Violetta rimprovera il suo protettore, il Barone Douphol, di non aver avuto la stessa sollecitudine del giovane; cosa che irrita il Barone, il quale mostra il suo disappunto a Flora.
Poco dopo Alfredo, seppur inizialmente riluttante, propone un brindisi (Libiamo ne' lieti calici), al quale si unisce subito Violetta, seguita dagli altri invitati, che cantano gioiosamente le lodi del vino e dell'amore.
Si ode quindi della musica provenire dalle altre stanze; Violetta invita gli ospiti a recarsi nella sala accanto.
Uscendo, però, si sente male. Sedendosi, invita gli ospiti ad avviarsi e promette di raggiungerli subito.
Guardandosi allo specchio, Violetta nota il suo pallore e allo stesso tempo si accorge di Alfredo, che si è trattenuto ad aspettarla.
Egli la rimprovera riguardo la trascuratezza della sua salute e poi confessa di amarla.
Colpita, Violetta chiede da quanto egli l'ammiri. Alfredo risponde che l'ama da un anno, dalla prima volta in cui l'ha vista (Un dì felice, eterea). Incapace di provare vero amore, Violetta propone una semplice amicizia, ma quando Alfredo sta per allontanarsi gli porge un fiore, invitando il giovane a riportarglielo il giorno seguente.
Alfredo si allontana felice. Intanto giungono dalla stanza vicina gli ospiti che prendono congedo da Violetta, ringraziandola per la bella e allegra serata (Si ridesta in ciel l'aurora).
Ormai sola, Violetta nota con incredibile sorpresa che le parole di Alfredo l'hanno scossa (È strano! è strano). Incerta, decide infine di continuare a vivere come ha sempre fatto, come una cortigiana e di rinunciare ad essere finalmente amata seriamente (Sempre libera degg'io).


Atto II
Quadro I
Alfredo e Violetta vivono ormai felici da tre mesi nella casa di campagna di Violetta.
Alfredo riflette sulla sua felice condizione (De’ miei bollenti spiriti), quando sopraggiunge Annina. Interrogata da Alfredo, essa ammette di essere stata a Parigi per vendere tutti i beni della sua padrona coi quali poter pagare le spese di mantenimento della casa.
La somma ammonta a 1.000 luigi e Alfredo promette di andare lui stesso a sistemare gli affari e raccomanda ad Annina di non far parola del loro dialogo con Violetta. Una volta solo,
Alfredo si incolpa per la situazione finanziaria (Oh mio rimorso! Oh infamia!). Violetta entra in scena ed il suo cameriere, Giuseppe, le porge una lettera di invito per quella sera ad una festa presso il palazzo di Flora. Subito dopo Giuseppe annuncia la visita di un signore.
Violetta ordina di farlo entrare, credendolo il suo avvocato. È invece Giorgio Germont, il padre di Alfredo, che la accusa duramente di voler spogliare Alfredo delle sue ricchezze. Violetta allora gli mostra i documenti che provano la vendita di ogni suo avere per mantenere l'amante presso di lei ed il vecchio signore capisce la situazione.
Pur convinto dell'amore che lega Violetta al figlio, egli le chiede un sacrificio per salvare il futuro dei suoi due figli.
Germont spiega di avere anche una figlia e che se Alfredo non torna subito a casa, rischia di mettere in pericolo il matrimonio della sorella (Pura siccome un angelo).
Violetta così propone di allontanarsi per un certo periodo da Alfredo; ma non basta e il vecchio Germont le chiede di abbandonare per sempre il figlio. Violetta, senza parenti né amici e provata dalla tisi, non può accettare. Germont le fa allora notare che quando il tempo avrà cancellato la sua avvenenza (Un dì quando le veneri), Alfredo si stancherà di lei, che non potrà trarre nessun conforto, non essendo la loro unione benedetta dal cielo. Stremata, Violetta accetta di lasciare Alfredo.
Rimasta sola, Violetta scrive dapprima al barone Douphol, poi ad Alfredo per annunciargli la sua decisione di lasciarlo; non appena terminata la lettera, Alfredo entra agitato perché ha saputo della presenza del padre.
Propone a Violetta di andare a conoscerlo ma lei, dopo essersi fatta giurare l'amore di Alfredo (Amami Alfredo), fugge.
Alfredo si insospettisce della fuga di Violetta, e quando vede la lettera sul tavolo, capisce che lei è alla festa, e, infuriato, decide di recarsi anche lui a casa di Flora, nonostante le suppliche del padre.


Quadro II
Alla festa a casa di Flora Bervoix si vocifera della separazione di Violetta e Alfredo.
Durante i festeggiamenti per il carnevale, Alfredo arriva per cercare Violetta, e successivamente Violetta arriva accompagnata dal barone. Alfredo, giocando, insulta in modo indiretto Violetta, scatenando l'ira del barone, che lo sfida ad una partita di carte.
Il barone perde ed Alfredo incassa una grande somma. Violetta chiede un colloquio con Alfredo, durante il quale lo supplica di andare via e, mentendogli, dice di essere innamorata del Barone. Alfredo, sdegnato, chiama tutti gli invitati (Or testimon vi chiamo che qui pagata io l'ho), e getta una borsa di denaro ai piedi di Violetta, che sviene in braccio a Flora.
Tutti inveiscono contro Alfredo, e arriva il padre che lo rimprovera del fatto. Il barone decide di sfidare a duello Alfredo.


Atto III
La scena si svolge nella camera da letto di Violetta.
La tubercolosi si fa più acuta e ormai il dottor Grenvil rivela ad Annina che Violetta è in fin di vita. Violetta, sola nella sua stanza, rilegge una lettera che custodiva vicino al petto, nella quale Giorgio Germont la informava di aver rivelato la verità ad Alfredo e che il suo amato, in viaggio in un paese lontano, sta tornando da lei.
Verdi accompagna il parlato della protagonista con un violino solista che accenna il canto d'amore di Alfredo del primo atto «Di quell'amor ch'è palpito».
Violetta sa che è troppo tardi ed esprime la sua disillusione nella romanza «Addio, del passato bei sogni ridenti».

Per contrasto, all'esterno impazza il carnevale. Annina porta una buona notizia: è arrivato Alfredo, che entra, abbraccia Violetta e le promette di portarla con sé lontano da Parigi ("Parigi, o cara...").
Giunge anche Giorgio Germont, che finalmente manifesta il suo rimorso. Violetta chiama a sé Alfredo e gli lascia un medaglione con la sua immagine, chiedendogli di ricordarsi sempre di lei.
Per un momento Violetta sembra riacquistare le forze, si alza dal letto, ma subito cade morta sul canapè.

Curiosità
In fondo alla cabaletta Sempre libera degg'io, alcuni soprani, come Maria Callas, Natalie Dessay, Irina Lungu, Mariella Devia, Sumi Jo, inseriscono un mi bemolle sovracuto che Verdi non scrisse.
Negli ultimi anni numerosi registi hanno deciso di rappresentare La traviata in chiave moderna. Al festival di Salisburgo ha ottenuto uno strepitoso successo la rappresentazione di Brian Large, con interpreti del calibro di Anna Netrebko, Rolando Villazón e Thomas Hampson.

domenica 11 aprile 2010

NABUCCO - Giuseppe Verdi

NABUCCO
di Giuseppe Verdi su libretto di Temistocle Solera
(Liricamnte.it)


Personaggi
Nabucodonosor (Baritono), re dei Babilonesi
Ismaele (Tenore), nipote di Sedecia re di Gerusalemme
Zaccaria (Basso), gran pontefice degli Ebrei
Abigaille (Soprano), schiava, figlia adottiva di Nabucco
Fenena (Mezzosoprano), figlia di Nabucco innamorata di Ismaele
Abdallo (Tenore), vecchio ufficiale del re di Babilonia
Anna (Soprano)
Coro (Soldati babilonesi, soldati ebrei, Leviti, vergini ebree, donne babilonesi, Magi, grandi del regno di Babilonia, popolo)

Introduzione
Melodramma in 4 atti di Giuseppe Verdi, su libretto di Temistocle Solera.
Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 9 marzo 1842

Originariamente era Nabucodonosor, nella partitura autografa di Verdi e nella prima edizione a stampa, ma lo stesso Verdi usò sempre in seguito il titolo abbreviato, Nabucco, per la sua terza opera nonché primo dei numerosi trionfi che segnarono la sua lunga carriera. L’impresario della Scala, Bartolomeo Merelli, nel periodo successivo alla composizione di Oberto, conte di San Bonifaci , offrì a Verdi un contratto per tre opere da scrivere in otto mesi, tra cui un’opera buffa, Un giorno di regno, che cadde clamorosamente alla prima esecuzione; Merelli non diede peso a questo evento e confermò comunque la sua fiducia in Verdi, offrendogli di musicare un libretto – Nabucodonosor appunto – che era stato rifiutato dal giovane compositore prussiano Otto Nicolai.
Prima fonte del libretto di Temistocle Solera è naturalmente la Bibbia, letta nella traduzione di Giovanni Deodati, come testimoniano le citazioni apposte a capo delle varie sezioni del libretto. I riferimenti alla Bibbia riguardano in particolare il regno di Giuda e la sua invasione da parte del re babilonese Nabucodonosor nel 587-586 a.C., quando fu saccheggiato il tempio di Gerusalemme, cui seguì la deportazione dei vinti in Babilonia, dove circa mezzo secolo dopo furono liberati; nel racconto biblico non figurano però né Ismaele – nipote di Sedecia re di Gerusalemme – né Abigaille, e neppure Fenena. Altre fonti più vicine al libretto di Solera sono il dramma francese Nabuchodonosor di Auguste Anicet-Bourgeois e Francis Cornu, rappresentato nel 1836 al Théâtre de l’Ambigu-Comique di Parigi, tradotto dopo circa due anni in italiano, e Il ballo storico Nabuccodonosor di Antonio Cortesi, rappresentato alla Scala il 27 ottobre 1836. Frutto della fantasia di Solera è invece l’amore non corrisposto di Abigaille per Ismaele, che non trova riscontro in alcuna delle fonti citate.
L’opera andò in scena il 9 marzo 1842 con un successo tale da venire ripresa settantacinque volte solo alla Scala entro la fine dell’anno.


TRAMA
ATTO I - Gerusalemme
Nel tempio di Salomone, Ebrei e Leviti invitano le vergini ebree a pregare per la salvezza di Israele, poiché Nabucco, il re d’Assiria, li ha invasi.
Entra Zaccaria, profeta ebraico, dicendo che Dio ha tratto in suo potere Fenena, figlia di Nabucco: lei forse potrà far ritornare la pace; invita perciò gli Ebrei a confidare nel loro Dio.
Improvvisamente si sentono urla: giunge quindi Ismaele, nipote di Sedecia re di Gerusalemme, per annunciare che Nabucco si sta avvicinando furibondo. Zaccaria affida Fenena a Ismaele, predicendo rovina al Dio di Belo. Rimasti soli Ismaele e Fenena, ricordano quando, nelle vesti di ambasciatore di Giuda, Ismaele andò in Babilonia e fu imprigionato. Fu Fenena a salvarlo sia dalla prigione sia dall’amore furente della di lei sorella, Abigaille.
Fenena gli rammenta la sua attuale condizione di schiava, e Ismaele, follemenente innamorato, le giura che le renderà la libertà. Mentre sta per aprire una porta segreta da cui fuggire, entra Abigaille, schiava creduta figlia primogenita di Nabucco, seguita da alcuni guerrieri babilonesi travestiti da Ebrei.
Sorpresi i due amanti, ella accusa Ismaele di tradire la patria per una donna babilonese e grida vendetta, confessando di averlo amato e di avergli offerto anche il regno di Babilonia; sentendosi schernita, ha mutato ora il suo amore in odio, ma si dichiara pronta a salvarlo se Ismaele cambierà partito.
Gli Ebrei sono in preghiera nel tempio, quando giunge la notizia che Nabucco a cavallo si sta avvicinando. S’avanza anche Abigaille, inneggiando a Nabucco: è lei che ha aperto il passo ai guerrieri babilonesi, che ora fanno irruzione nel tempio. Segue anche Nabucco, che viene affrontato da Zaccaria; questi minaccia di uccidere Fenena, che tiene in pugno, se Nabucco osasse profanare il tempio. Mentre Zaccaria sta per vibrare il colpo su Fenena, Ismaele ferma il pugnale; la fanciulla corre fra le braccia di Nabucco, che annuncia tremenda vendetta.


ATTO II - L'empio
Abigaille ha in mano uno scritto, sottratto a Nabucco, nel quale scopre le sue origini servili.
Per questa ragione Nabucco destina il trono alla figlia minore, Fenena, mentre Abigaille è tenuta in schiavitù.
Questa sua condizione la rende furente contro tutti, al punto da minacciare di morte Fenena, il finto padre Nabucco e il regno.
Il gran sacerdote di Belo avverte Abigaille che Fenena sta liberando gli Ebrei, per cui il popolo assiro acclama regina Abigaille.
Nella reggia Ismaele incontra i Leviti che gli intimano di fuggire, maledicendolo perché ha tradito il suo popolo. Sopraggiunge Anna, che dice di aver pietà di Ismaele: ha salvato un’ebrea, Fenena, che si è infatti convertita al dio di Israele.
Entra Abdallo dicendo che è stata annunciata la morte di Nabucco e che Abigaille è invocata regina.
Abigaille intima a Fenena di renderle la corona; ma entra Nabucco e, strappata la corona dalle mani di Abigaille, la sfida a prenderla dal suo capo.
Nabucco ripudia il dio di Babilonia, che ha reso i babilonesi traditori, e quello degli Ebrei, che li ha posti in suo potere e, in un impeto d’orgoglio, dichiara se stesso dio. A questa affermazione viene colpito da un fulmine e Nabucco sembra avere sul volto le tracce della follia: sconvolto, cade, invocando l’aiuto di Fenena, mentre Abigaille raccoglie la corona.

ATTO III - La profezia
Negli orti pensili di Babilonia Abigaille è sul trono. Il sacerdote di Belo invoca la morte per tutti gli Ebrei e per Fenena per prima, perchè traditrice di Belo.
Entra quindi Nabucco, trasandato e con abbigliamento lacero. Abigaille ordina di rinchiuderlo nelle sue stanze, poiché ha perso il senno, ma Nabucco rivendica il suo trono e affronta Abigaille chiedendole come osa sedervi.
La donna dice di averlo occupato per il bene di Belo quando lui era demente e lo informa dell'imminente sterminio degli Ebrei. Nabucco è stupito, Abigaille rincara la dose e lo accusa di essere un vile e Nabucco, messo alle strette, firma allora l’ordine, ma quando si rende conto che in questo modo ha condannato anche Fenena vorrebbe tornare sui suoi passi. Abigaille non lo permette, e dice che avrà lei come figlia. Infuriato, Nabucco la definisce "schiava" e cerca il foglio che attesta la sua nascita servile, ma Abigaille lo estrae dal seno lo distrugge.
Abigaille fa rinchiudere Nabucco in prigione, ed egli disperato, le chiede di rendergli almeno Fenena.
Intanto, sulle sponde dell’Eufrate, gli Ebrei incatenati e costretti al lavoro pensano con nostalgia alla loro patria Va pensiero sull’ale dorate. Subito dopo giunge Zaccaria, che profetizza la futura liberazione del suo popolo.

ATTO IV- L'idolo infranto
Negli appartamenti della reggia Nabucco sta dormendo. Si ode il suono di guerra e Nabucco si sveglia ansante credendo che Belo stia cadendo in mano agli Ebrei. Si affaccia alla finestra e vede la figlia Fenena tratta a morte in catene. Cerca di liberarsi, ma si rende conto di essere rinchiuso; disperato, si tocca la fronte e invoca il perdono al Dio di Giuda. Sentendosi guarito e rinvigorito riesce ad aprire con violenza la porta, ruba la spada ad Abdallo e corre a salvare Fenena. Intanto negli orti pensili il sacerdote di Belo attende Fenena, che si prepara al martirio. Irrompe Nabucco, con Abdallo e i guerrieri; cade l’idolo, e Nabucco spiega come il Dio di Giuda lo rese demente quand’era tiranno, facendo anche impazzire Abigaille che nel frattempo ha bevuto il veleno.
Tutti si inginocchiano e rendono grazie a Dio. Entra Abigaille, in fin di vita, sorretta da due guerrieri: chiede perdono a Fenena, benedicendo il suo amore con Ismaele; muore implorando la pietà di Dio, mentre Zaccaria saluta Nabucco re dei re.

BRANI CELEBRI
Sinfonia (parte I)
Mio furor, non più costretto, (finale atto I)
Ben io t'invenni, o fatal scritto! Anch'io dischiuso un giorno,
recitativo e aria di Abigaille (atto II)
Vieni, o Levita, preghiera di Zaccaria (atto II)
S'appressan gli istanti!, concertato (atto II)
È l'Assiria una regina, introduzione (atto III)
Va', pensiero, sull'ali dorate, coro degli ebrei (atto III)
Dio di Giuda, perdono! preghiera di Nabucco (atto IV)

giovedì 8 aprile 2010

NABUCCO - Giuseppe Verdi

LIBRETO
Opera in quattro parti
di Temistocle Solera

Personaggi
Nabucodonosor, re di Babilonia . . . Baritono
Ismaele, nipote di Sedecia, re di Gerusalemme . . . Tenore
Zaccaria, gran pontefice degli Ebrei . . . Basso
Abigaille, schiava, creduta figlia primogenita di Nabucodonosor . . . Soprano
Fenena, figlia di Nabucodonosor . . . Soprano
Il Gran Sacerdote di Belo . . . Basso
Abdallo, vecchio ufficiale del re di Babilonia . . . Tenore
Anna, sorella di Zaccaria . . . Soprano
CORI: Soldati Babilonesi, Soldati Ebrei, Leviti, Vergine Ebrei, Donne Babilonesi, Magi, Grandi del regno di Babilonia, Popolo ecc.

Nella prima parte la scena fingesi in Gerusalemme, nelle altre in Babilonia.

Parte prima: Gerusalemme
1. Introduzione (Coro)
2. Recitativo e Cavatina Zaccaria (Ismaele, Zaccaria, Coro)
3. Recitativo e Terzettino (Abigaille, Fenena, Ismaele)
4. Finale Parte Prima (Abigaille, Anna, Fenena, Ismaele, Nabucco, Zaccaria, Coro)

Parte seconda: L'Empio
5. Scena ed Aria Abigaille (Abigaille, Gran Sacerdote, Coro)
6. Recitativo e Preghiera (Zaccaria)
7. Coro di Leviti (Ismaele, Coro; indi Anna, Zaccaria)
8. Finale Seconda Parte (Abigaille, Anna, Fenena, Ismaele, Abdallo, Nabucco, Zaccaria, Gran Sacerdote, Coro)

Parte terza: La profezia
9. Introduzione Parte Terza (Coro)
10. Scena e Duetto (Abigaille, Abdallo, Nabucco, Gran Sacerdote)
11. Coro e Profezia (Zaccaria, Coro)

Parte quarta: L'idolo infranto
2. Scena e Aria di Nabucco (Abdallo, Nabucco, Coro)
8. Finale Ultimo (Abigaille, Anna, Fenena, Ismaele, Abdallo, Nabucco, Zaccaria, Gran Sacerdote, Coro)

mercoledì 24 febbraio 2010

MADAMA BUTTERFLY

Perchè non cominciare a scrivere un po' delle opere? 
La sintesi è molto importante per noi per seguire l'intero corso della trama, 
e quindi, capire meglio la musica.
Scriverò un po 'su alcune delle opere che la Corale ha in repertorio, 
a cominciare da quella che per me è una delle più belle!

Madama Butterfly
Giacomo Puccini
Origem: Wikipédia, a enciclopédia livre.

SINOPSI
Il Giappone era un paese quasi totalmente isolati dal resto del mondo fino a quando intorno al 1870, un presidente americano ha inviato una spedizione di ricognizione per l'imperatore, il cui scopo era quello di creare legami con l'Impero del Sol Levante. Nei decenni che seguirono, molti U. S. ufficiali di Marina hanno visitato il Giappone e fatto matrimonio temporaneo con i giovani giapponesi. La storia di Cio-Cio-San (Butterfly o Farfalla), quindi, si basa su fatti reali, e descrive le tragiche conseguenze di questi matrimoni fatto in leggera.

ATTO I
Benjamin Franklin Pinkerton, ufficiale di marina degli Stati Uniti su Nagasaki, ha appena fatto un grande acquisto: non solo comprato una casa su una collina che si affaccia sul mare e sul porto di Nagasaki, ma porta anche a brindisi una geisha, Cio-Cio-San, ragazza di soli quindici anni, che rimarrà con lui in casa. Goro, l’agente immobiliare e di matrimonio, mostra Pinkerton sua nuova casa quando arriva Suzuki, la sua nuova servitrice, cameriera di Butterfly e Sharpless, Console degli Stati Uniti a Nagasaki.
Pinkerton offre un whiskey al suo amico, e lo spiega su l'acquisto qui ha fatto. Sharpless avverte, tuttavia, che sarebbe un grande peccato ferire i sentimenti della ragazza, che sembra credere nella serietà del matrimonio ed è pazzamente innamorata di lui. Pinkerton, in un atteggiamento discriminatorio e ignorante, solleva un brindisi al giorno in cui sposerà una vera moglie americana.
Butterfly arriva con i suoi amici, che cantano un inno alla bellezza del paesaggio e la tenerezza delle ragazze in Giappone, però lei canta il suo amore per Pinkerton.
Ospiti in arrivo, tutti i parenti di Butterfly, con l'eccezione di suo zio, un monaco buddista che si oppone a questo matrimonio. Butterfly, però, confessa di aver visitato la missione degli Stati Uniti a Nagasaki ed è stata convertita alla religione di Pinkerton - la prova della sincerità di suo sentimento. La cerimonia di nozze di Butterfly e Pinkerton è interrotta per l'arrivo di Zio Bonzo, che ha imparato che Butterfly ha rinnegato la fede dei loro padri, e getta una maledizione su di lei.
Butterfly piange, ma è confortata dal marito. Gli ospiti vanno via e Butterfly e Pinkerton sono finalmente da solo. Cala la notte. Che segue è un duetto d'amore tra i due.

ATTO II
Pinkerton è ritornato negli Stati Uniti, ha promesso, tuttavia, qui ritornerebbe "quando i pettirossi fanno il nido".
Ci sono tre anni qui Butterfly aspetta e piange, Suzuki prega per tutto il tempo, in ginocchio davanti all’immagine del Buddha. Suzuki parla con Butterfly che sospetta che suo marito non tornerà più. "Stai zitta o ti ammazzo!" Risponde Butterfly. Piange, ma non perde la speranza: Un bel dì vedremo - un giorno vedremo un filo di fumo all'orizzonte - la nave di Pinkerton!
Sharpless arriva, portando una lettera da Pinkerton per Butterfly, il cui obiettivo è quello di prepararla per il colpo che farà arrivare a sapere che ha sposato una americana.
Butterfly chiede a Sharpless quando fanno i loro nidi in America, i pettirossi. "Non lo so», risponde Sharpless, "Non ho mai studiato ornitologia.
Poco dopo arriva Goro, portando un nuovo candidato per la mano di Butterfly: il principe Yamadori, un uomo ricco e pazzamente innamorato di lei qui lo respinge con il ridicolo, ripete che è sposata a Pinkerton, e invia il principe e insolente Nakodo lontano di casa.
Sharpless comincia a leggere la lettera ma non può finire la lettura, perché Butterfly interrompe tutto il tempo con le espressioni di affetto e di fedeltà al marito, e cosi, lui non riesce rivelargli la verità dura.
Con un gesto improvviso, lui chiude la lettera, lo rimise in tasca, e le chiede che cosa farebbe se lui non ritornasse più. Sarei una geisha, un’altra volta, risponde lei o, meglio ancora – usciva a me stessa".
Sharpless la chiede di smettere illusioni e di accettare la proposta del ricco Yamadori. Indignata, mostra a lui il figlio che aveva con Pinkerton, entrambe le esistenze il Console e Pinkerton ignoravano.
Sharpless promette di scrivere Pinkerton e parlare di suo figlio, e si ritira. Fuori, Suzuki scioperi Goro, accusandolo di diffondere falsità del figlio di Butterfly, dicendo che nessuno sa chi è il padre del ragazzo.
Si sente un rumore molto grande proveniente dal porto. Una nave da guerra! Butterfly guarda con il binocolo e legge il nome della nave: Abraham Lincoln, la nave di Pinkerton. Butterfly e Suzuki decorano la casa con fiori di primavera, ad attendere l'arrivo di Pinkerton (scuote Quella fronda di ciliegio, il famoso Flower Duet). Non riesce a dormire aspettando tutta la notte per il marito.

ATTO III
Butterfly, che non ha dormito tutta la notte, canta una ninna nanna al figlio, che si addormenta tra le sue braccia. Suzuki consiglia di dormire anche lei; quando arriverà Pinkerton, lei la sveglierà. Esausta, cade finalmente addormentata.
Manca poco per l’alba quando hanno colpito la porta, Suzuki si fa presente, sono Sharpless e Pinkerton. Pinkerton, quando vede tutti i fiori e ascolta di Suzuki che Butterfly l’ha aspettato tutti questi anni, è preso da un improvviso rimorso.
Improvvisamente, Suzuki vede una donna nel giardino, e chiede che è.
Sharpless non può sopportare questa farsa e dichiara tutta la verità.
Suzuki tiene le mani al viso e dice: "anime sante per la piccola, il sole è andato via!" Sharpless chiede a Suzuki di andare in giardino a parlare con Kate Pinkerton. Nel frattempo, Pinkerton pieno di un rimorso schiacciante, riconosce infine che è stata in quella piccola casa la vera felicità (Addio, fiorito asil). Lui si precipita, non ha coraggio di affrontare la giovane donna cui la vita è distrutta.
Butterfly si risveglia e, quando esce dalla stanza dove dormiva, trova Sharpless, Suzuki, e una donna strana.
Suzuki piange. In un lampo, Butterfly capisce tutto. "Non, non dire niente. So già. Questa è la moglie di Pinkerton?" Kate le chiede di consegnare il figlio. "Io sarò come una madre per lui." Butterfly promette di consegnarlo entro mezz'ora. Sharpless e Kate vanno via e Butterfly chiede a Suzuki di andare a prendere suo figlio.
Prende della bauliera un pugnale con cui suo padre aveva commesso “seppuku”, noto anche come "hara-kiri”, un rituale giapponese di suicidio e leggere la scritta: "In onore di coloro che sono morti per non potere più vivere con onore. "
Suzuki torna indietro con il ragazzo, Butterfly la chiede di lasciarla sola. Bacia teneramente suo figlio e le chiede di non dimenticare mai sua madre giapponese. Vende gli occhi del ragazzo, gli dà un giocattolo per giocare, e bastone il coltello nella propria pancia.
È la fine.


Idioma originale: Italiano
Compositore: Giacomo Puccini
Librettista: Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Tipo di trama: Dramma
Numero di Atti: 3
Numero di Scene: 3
Anno di Primiere: 1904
Luogo di Primiere: Teatro Scalla, Milano

Personaggi
Cio-Cio-San (Butterfly) (la geisha) soprano
Suzuki (cameriera di Butterfly) mezzo-soprano
B.F. Pinkerton, (Il tenente di Marina degli Stati Uniti) barítono
Sharpless, (Console degli Stati Uniti a Nagasaki) barítono
Goro, (nakodo) (Agente immobiliare e di matrimonio) tenore
Principe Yamadori (promesso la mano di Cio-Cio-Sam) barítono
Um bonzo, (monge budista), (tio de Cio-Cio-Sam) basso
Commissari Imperiale basso
Um notaio barítono
Kate Pinkerton (moglie americana di Pinkerton) mezzo-soprano
La storia è ambientata a Nagasaki, in Giappone, circa 1900.